Giordano Bruno, chi era costui?

   "Se vogliamo mutar stato, cangiamo costumi. Se vogliamo che quello sia buono e megliore, questi non sieno simili o peggiori.

Purghiamo l'interiore affetto, atteso che da l'informazione di questo mondo interno non sarÓ difficile di far progresso alla riformazione di questo sensibile ed esterno"

     In queste parole di Giordano Bruno, tratte dal celebre "Spaccio de la bestia trionfante", vive l'animo di un rivoluzionario, ma la sua rivoluzione si nutre di parole difficili da condividere per il nostro tempo, che, troppo spesso, pretende di mutare l'uomo interiore a partire dall'esterioritÓ e che, ancor pi¨ frequentemente, di questa fa la sua unica religione.

     Certamente, con il manzoniano Carneade, che affermava l'impossibilitÓ di ogni certezza, Bruno ha poco in comune.
      Al contrario, egli era certissimo di ci˛ che pensava, tanto certo da finire, complici i tempi, gonfi di certezze anch'essi, piuttosto male, come si sa. Eppure, a Carneade, fatta eccezione per la tragica fine da cui deriva la sua fama per il pubblico, lo lega una sorta d'oblio, un oblio, per˛, ancora popolato dagli antichi rancori che ha saputo attrarre sulla sua figura, suscitando sentimenti unanimi in spiriti spesso concordi solo nell'odiarlo o acritiche esaltazioni, spesso dovute pi¨ all'odio verso i suoi nemici che all'amore per il suo pensiero.
PerchŔ, Ŕ lecito chiedersi, tanto timore verso costui ? Ed Ŕ solo del suo pensiero che si diffida?
     Egli fu panteista proprio quando stava per affermarsi il metodo galileiano, con la sua concezione della natura governata da leggi scritte in linguggio matematico; fu anticlericale "furioso" proprio nel momento in cui la Chiesa stava per assurgere ai massimi fasti del suo potere temporale; fu cantore della libertÓ, proprio nel momento in cui l'assolutismo politico stava per dare inizio alla sua stagione di gloria.
     Tuttavia, non solo il suo filosofare suscit˛, e tanto meno suscita oggi, timore, ma anche, e soprattutto, la forza, crediamo, con cui il suo autore, come un moderno Socrate, l'ha difesa.
     Al di lÓ dei limiti della sua speculazione, spesso contraddittoria e difficile, da Bruno ci deriva un insegnamento di coerenza morale spinta sino al sacrificio di sÚ, un "furore" di veritÓ da cui noi, uomini che spesso intendono la ragione come freddo esercizio di calcolo, traiamo una sottile lezione d'angoscia.
     L'etica razionale, di cui egli parla, si esprime massimamente nelle pi¨ autentiche virt¨ civili e la sua religione razionale vuol legare indissolubilmente l'uomo al pi¨ profondo insegnamento della natura, che Ŕ vita e amore per la vita al di lÓ di ogni calcolo di convenienza, passione politica e partigiano interesse.

                                                                                                                                                            Marco Cammi

 

 NOTA BIOGRAFICA

     Bruno nasce a Nola (Napoli) nel 1548, battezzato Filippo. Dopo gli studi a Napoli si fa domenicano e prende il nome di Giordano, ma giÓ prima dell'ordinazione a sacerdote viene accusato di eresia. Diventa sacerdote nel 1572, ma presto lascia l'abito dopo una nuova accusa di eresia e la fuga a Roma. Dopo aver peregrinato per l'Italia, a Ginevra si fa calvinista; di lý va a Tolosa, dove insegna e commenta il saggio di Aristotele sull'anima. A Parigi insegna teologia e stampa le sue prime opere conosciute: II candelaio, il dialogo latino De umbris idearum, che dedica a Enrico III, l'Arte della memoria, lo scritto su Raimondo Lullo. Nel 1583 Ŕ in Inghilterra, ove una pubblica disputa con i maestri oxfordiani di materie teologiche lo esclude dall'insegnamento: pubblica fra il 1584 e il 1585 i dialoghi italiani (La cena delle ceneri, De la causa, principio et uno, De l'infinito universo et mondi, Spaccio de la bestia trionfante, Cabala del cavallo Pegaseo, De gl'heroici furori). Dopo varie peregrinazioni attraverso l'Europa, nel 1591 Ŕ a Venezia, invitato dal nobile veneto Giovanni Mocenigo, che spera di apprendere da lui l'arte della memoria, ma finisce per denunciarlo al Sant'Uffizio. Imprigionato, trasferito a Roma, inquisito per eresia e accusato di ateismo, gli si chiede una abiura totale del suo pensiero. Dichiara di non aver nulla di cui pentirsi (Ŕ il 21 dicembre 1599). Viene condannato e bruciato vivo sul rogo, il 17 febbraio 1600, in Campo de' Fiori, a Roma.